
Evoluzione della biomeccanica, questa nuova disciplina aggiorna la ricerca e la creazione di protesi e arti artificiali grazie all’aiuto dell’informatica e della robotica, interfacciandosi direttamente con il sistema nervoso (neuro information technology). Nel mondo vivono circa un milione di amputati, per cause patologiche o traumatiche. Hugh Herr, del Media Lab del MIT di Boston, perse le gambe nel 1982 durante una scalata e da allora ha impegnato tutte le sue energie nel migliorare le protesi convenzionali.

Perché un byte è formato proprio da 8 bit?
Il termine byte, usato per indicare un gruppo di 8 bit, fu coniato da Werner Buchholz, dell’Ibm, alla fine degli anni 50 per il computer 7030 (immagine sopra), di cui era fra i progettisti.
Il bit è l’unità minima di informazione binaria (uno zero oppure un uno), con cui vengono codificati numeri e caratteri. Per raggruppare i bit si scelgono le potenze di due (2,4,8,16 bit, ecc.) poiché in questo modo tutte le operazioni si semplificano. Ma due bit sono davvero pochi, visto che permettono di contare solo da zero a tre (00,01,10,11). Per poter contenere un qualsiasi cifra tra zero e nove servono almeno 4 bit. Se poi si vogliono rappresentare anche i caratteri alfabetici senza minuscole bisogna passare a 6 bit (che permette di codificare fino a 64 caratteri), Con l’avvento dei Word processor si dovettero inserire le lettere minuscole e altri caratteri speciali; si scelse per questo il set ASCII a 7 bit (paria 128 caratteri diversi). E quindi la più piccola potenza di esempio) due in grado di contenere un set di caratteri ASCII è proprio quella di 8: con 8 bit si codificano 256 caratteri.
Anche i dati contenuti nelle memorie, che sono a 8,16,32 o 64 bit, sono facilmente divisibili in byte.
Così, 8 bit continuano a essere l’unità di misura più pratica.

Le ricerche su Internet, le chat e la navigazione in mondi virtuali assorbono notevoli quantità di energia. L’impatto ambientale dei computer è molto sottovalutato: la generazione dell’energia elettrica che serve per il funzionamento dei calcolatori comporta infatti emissioni di gas serra tutt’altro che trascurabili. «La visita di un sito web comporta l’emissione di circa 20 milligrammi di anidride carbonica al secondo» dice il fisico statunitense Alex Wissner-Gross, esperto di bilanci ecologici legati a Internet.
Secondo i calcoli di Google (il più noto fra i motori di ricerca), le emissioni di C02 per ogni interrogazione sarebbero quantificabili in non più di 0,2 grammi. Moltiplicando però questa quantità per i circa 2 miliardi di ricerche al giorno effettuate nelle nazioni sviluppate (stima del 2008) si arriva a 400 tonnellate. E ciò solo per quanto riguarda il consumo dei server. Tenendo conto di tutte le attività, la società di consulenza statunitense Gartner addebita circa il 2% di tutte le emissioni di C02 sul conto del “virtuale”.